Malinconia di fine estate

*premessa: questo post riga dopo riga è diventato sempre più triste e malinconico, sfuggendo quasi al mio controllo. Se siete già sull’orlo di una crisi di pianto vi consiglio di saltare direttamente alle foto.

Ogni anno, dopo ferragosto, per dieci giorni i cremaschi (leggi: abitanti di Crema) si spostano in periferia, per la tradizionale festa di fine estate. Dovrebbe essere legata ad un preciso credo politico, ma in realtà è frequentata indistintamente da tutte le bandiere.

Quando ho deciso di scrivere un post su questo evento, mi sono fermata a riflettere per un momento: dovrebbe essere una festa, ma forse è solo la malinconica ripetizione, anno dopo anno, della fine dell’estate. I colori, i suoni e i profumi non mancano, ma sono sempre uguali a se stessi. I gesti consolidati, i ristoranti sempre nello stesso posto e con un menù che poco ha variato, i soliti spazi per ballare e quelli per ascoltare i dibattici politici: è una routine che ci garantisce un progressivo ritorno alla nostra vita post-estate, dietro una scrivania o un banco di scuola.
Una di fianco all’altra, ogni anno le stesse bancarelle espongono gli stessi oggetti provenienti un po’ da tutto il mondo: occhiali da sole a poco prezzo, maschere africane, dischi e fumetti vintage, servizi da te polverosi, bracciali fluo, salami e frittelle, maglioni peruviani e prendisole made in China. La gente ormai passa guardando senza vedere, procedendo quasi per inerzia, sapendo già che dietro quella curva nulla è cambiato rispetto all’anno scorso.

Sarà che personalmente sto attraversando un periodo tremendamente incerto, pieno di dubbi e continui ripensamenti, ma mi sono resa conto che questa routine consolidata da decenni è sì un po’ triste, ma anche molto rassicurante.